Astrologia del Fiore Eterno

E’ da un po’ che vorrei postare un articolo sull’astrologia tradizionale, ma essendoci tanto materiale preferisco partire dall’approccio “Fantasy”.

Mi sono un po’ fissata sul fatto che il fantasy debba in qualche modo avere un collegamento con il nostro mondo e che la magia non debba essere inventata da zero ma prendere spunto da quelle discipline “esoteriche” che sono state studiate e venerate dai vari popoli sin dall’alba dei tempi. Da qui l’astrologia. L’astrologia è una delle discipline più antiche, che risale alle prime civiltà mesopotamiche e per chi vuole approfondirla (andando oltre i segni solari e il trafiletto dell’oroscopo sulle riviste – che ha pochissimo senso) offre spunti e associazioni simboliche e tutta una teoria degli elementi e di come ogni cosa sia interconnessa, che ha un potenziale enorme per l’autore di fantasy.

Peccato che sia così poco sfruttata, ma d’altronde per comprenderla a fondo occorre studiare vari testi e fare pratica con certi calcoli astronomici e non è una cosa per tutti.

Ma veniamo al mio caso specifico e all’uso che ne voglio fare nel mio “universo”.

Il Mondo di Luce è il nome del mondo immaginario in cui è ambientata la mia trilogia Il Fiore Eterno. Se non l’avete letta (cosa perfettamente plausibile) vi avviso che ci saranno spoiler piuttosto grossi nel post che segue, ma non potevo fare questo altrimenti.

Diciamo in generale che se avete letto fino alla fine del volume 2 (Custodi delle Tenebre, per chi magari ha messo mano alle vecchie edizioni) non dovreste avere sorprese.

In realtà volevo fare una cosa divertente del tipo “Scopri di che segno sei sul Mondo di Luce”, quindi se volete solo vedere a che segno/potere corrisponde la vostra data di nascita e non volete spoilerarvi troppo della storia, potete direttamente consultare la tabella qui sotto:

Chi invece ha già letto o non pensa di voler leggere o non si preoccupa degli spoiler (o come me ha la memoria di un pesce rosso e anche se legge uno spoiler nel giro di una settimana lo dimentica) può continuare la lettura.

Comunque sia vi segnalerò io in caratteri cubitali dove inizia la parte spoiler così non ci sbagliamo, che magari c’è qualcos’altro che i più curiosi possono leggere prima di passare alla parte top secret.

Prima di tutto una piccola anticipazione che riguarda anche progetti futuri è che voglio creare una specie di universo interconnesso. Ogni fantasy è ambientato in un mondo diverso ma c’è sempre qualcosa che li lega (non aggiungo altro, che è tutto ancora in fase embrionale, e sì lo so non sono la prima che se ne esce con multiversi o robe simili. In realtà sarebbe un universo, il nostro universo… basta, taccio).

E una cosa che voglio sia presente in tutti questi mondi è una qualche sorta di astrologia / studio degli astri. Ovviamente ogni mondo avrà delle costellazioni e dei segni diversi e diversi modi di interpretare tutto quanto e qui sta la vera sfida.

E proprio mentre progettavo tutti questi folli piani mi sono detta, non l’ho mai fatto per il Fiore Eterno. In realtà negli anni ho provato più volte a combinare segni/elementi ecc. ma quando ho iniziato a scrivere non avevo ancora approfondito la cosa.

Così dopo molti anni e qualche nozione in più, finalmente mi sono decisa e mi sono messa a fare calcoli e abbinamenti, cercando di non scombinare quello che è già scritto nei libri, perché non ho intenzione di tornarci di nuovo a fare modifiche se no entro in un loop infinito di revisioni e sappiamo tutti quanto questo sia pericoloso.

Quindi vediamo cosa riusciamo a fare con quel poco che abbiamo.

=== INIZIO PARTE SPOILER ===

Innanzitutto il Mondo di Luce che si vede nei libri è solo un continente, un’isoletta/arcipelago, circondato dall’Oceano Perduto, chiamato così perché chi si è avventurato a esplorarlo o non ha trovato niente o non è mai tornato indietro. In realtà (e questo non è nei libri ma solo nella mia testa) ci sono altre terre oltre l’oceano, ma sono molto molto lontane tra loro. Eppure non è vero che nessuno è mai tornato, o più che altro, diciamo che in tempi antichissimi qualcuno è arrivato. E questo in poche righe spiega come mai ci sia tanta varietà genetica e linguistica in un territorio così minuscolo. C’è anche una spiegazione al perché nomi e popoli somigliano molto a quelli terrestri ma ora non la posso dire (ma potrebbe essere intuibile)…

Dunque, in generale il mondo è abbastanza simile alla Terra sia come varietà geografica che come clima che come situazione “astrale”. Infatti abbiamo un sole, una luna e un ciclo giorno/notte e stagionale che è più o meno identico a quello terrestre. Perché? Perché ero giovane e creare variazioni planetarie senza avere la minima nozione di astronomia era molto al di fuori delle mie possibilità (sì anche adesso lo è) questo però mi consente ora di fare un parallelo con la nostra astrologia tropicale (si chiama così perché è basata sull’alternarsi delle stagioni e non sulle effettive costellazioni come quella siderale).

Mi spiego: nell’astrologia tropicale il cielo è un cerchio suddiviso in 12 settori da 30° ciascuno. Lo zodiaco inizia a 0° dell’Ariete che corrisponde con l’equinozio di primavera e tra ogni solstizio/equinozio troviamo tre segni che vengono definiti, rispettivamente: cardinali (i segni che stanno all’inizio di questa nuova fase dell’anno), fissi (che si trovano in mezzo) e mutevoli (che chiudono e segnano il passaggio alla nuova fase). Ogni segno inoltre appartiene a un diverso elemento: fuoco, terra, aria e acqua che si ripetono in questo ordine dall’ariete ai pesci.

Quindi è vero che i nomi dei segni sono ispirati alle costellazioni e corrispondono più o meno alla loro posizione nel cielo, ma restano comunque legati al ciclo delle stagioni terrestri, anche se le stelle si muovono. Per questo ci troviamo nella situazione in cui ad esempio la stella Regulus, il cuore del Leone, si trova ora all’inizio della Vergine. L’astrologia è estremamente simbolica, non deve per forza seguire al millimetro le costellazioni (se no ci troviamo cose strane tipo lo zodiaco a 13 segni con Ofiuco e le date messe a caso che distrugge un po’ tutto l’impianto originario, but, whatever floats your boat).

Fine della divagazione, torniamo al Mondo di Luce.

Dunque una cosa che si scopre leggendo è che esistono queste specie di “divinità” che sono chiamate le Cinque Costellazioni. E che ogni costellazione è divisa in due poteri/segni/caratteri opposti: amore e odio, dovere e tradimento, fato e libertà, ecc.

Quindi per partire a creare un sistema astrologico da questa premessa sappiamo già che dobbiamo basarci sul 2/5/10 e non sul 3/4/12 del nostro zodiaco.

Allora ecco le mie conclusioni: abbiamo 5 costellazioni, ciascuna delle quali governa 2 segni per un totale di 10 segni “zodiacali” (che non sono davvero zodiacali perché non ci sono animali in questo oroscopo :P). I due segni seppure “opposti” nel loro significato, devono comunque essere vicini tra loro (a differenza del nostro zodiaco in cui i segni opposti sono davvero fisicamente opposti, tipo ariete-bilancia, toro-scorpione ecc.) perché appunto appartenenti alla stessa costellazione. Una volta chiarito questo, il resto viene abbastanza facile. Diamo una suddivisione uniforme alla ruota del cielo e quindi dividiamo il cerchio in 10 settori. Ho deciso di far iniziare anche qui la ruota con l’equinozio di primavera per simboleggiare il passaggio dalla morte invernale alla vita primaverile e da lì ho calcolato più o meno 36 giorni per ogni segno e ho ricavato la tabella che vedete sotto, da cui potete capire, in base alla vostra data di nascita, a quale segno/potere appartenete. Essendo un numero diverso di segni può succedere che due persone di segni diversi siano dello stesso segno nel Mondo di Luce, ma quella è la parte divertente 🙂

Ma prima vediamo e spieghiamo i segni. Devo fare una premessa: l’ordine in cui appaiono i segni non credo corrisponda con l’ordine in cui ho messo le pietre / le costellazioni nei libri – specialmente nel terzo dove mi sono basata più sulla teoria dei 5 elementi cinesi per usare le direzioni (nord-sud-est-ovest-centro) e ora su due piedi non ricordo come li ho messi ma se corrispondono è una pura e semplice questione di… fortuna. Non posso fare le cose al 100% perfette, sorry. Poi in questo momento non ho i libri sottomano e sto andando tutto a memoria quindi perdonate se scrivo qualche cavolata…

Dicevamo. I segni. (again HUUUGEEE SPOILERRSS)

L’Esistenza è formata dalla Vita, con il potere della Luce (curativo), e dalla Morte, con il potere del Nulla.

L’Arbitrio è formato dal Fato, con il potere della Terra, e dalla Libertà con il potere del Vento.

La Destinazione è formata dalla Rinascita, con il potere di… non l’ho mai capito nemmeno io, ma ho deciso di chiamarlo “Arcobaleno” e dalla Dannazione, con il potere della Nebbia (del tempo).

Il Cuore è formato dall’Amore, con il potere del Fuoco, e dall’Odio, con il potere delle Ombre.

La Legge è formata dal Dovere, con il potere del Ghiaccio, e dal Tradimento, con il potere del Fulmine.

Il che non spiega molto ma almeno vi dà un’idea generale e poi sta a voi leggere la storia o inventarvi la vostra versione dei poteri che sicuramente sarà più interessante della mia.

Ecco di seguito la versione completa con il potere e il nome della rispettiva pietra:

21 marzo – 27 aprile = luce / vita

28 aprile – 3 giugno = terra / fato

4 giugno – 10 luglio = vento / libertà

11 luglio – 15 agosto =  arcobaleno / rinascita

16 agosto – 21 settembre = nebbia / dannazione

22 settembre – 27 ottobre = ombre / odio

28 ottobre –  2 dicembre = fuoco / amore

2 dicembre – 7 gennaio =  ghiaccio / dovere

8 gennaio – 13 febbraio =  fulmine / tradimento

14 febbraio – 20 marzo = nulla / morte

Avrei voluto mettere anche il nome dei rispettivi personaggi, ma appunto sarebbe stato uno spoiler un po’ troppo grosso e non voglio rischiare di rovinare niente a nessuno, tanto se avete l’ebook sottomano li trovate facilmente.

Buone fantasticherie a tutti 🙂

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Il Picco Delle Nuvole

Questo racconto è stato pubblicato per la prima volta in inglese nell’antologia New Legends: CasterCastleCreature a cura di Visual Adjectives. Nonostante abbia usato un diverso pen name ho pensato che per il genere e il tema fosse più appropriato postarlo in questo blog.

* * *

Le fate non sono fatte per volare con le ali bagnate. Lo diceva sempre sua madre nei giorni piovosi, e poi le preparava un infuso di camomilla e si sedeva accanto a lei davanti al fuoco.

Era così caldo e piacevole il fuoco, pensò Ninphea mentre si affrettava sotto la pioggia, e ora invece la legna era talmente bagnata che non si accendeva più.

Il freddo dell’acqua le pungeva le ossa. La larga fronda con cui aveva cercato di ripararsi era diventata troppo pesante per le sue braccia e aveva dovuto lasciarla cadere e guardarla scivolare via con la corrente che ruscellava lungo il sentiero. Si era posata un istante su una roccia, ma solo per darsi lo slancio e raggiungere la parete della montagna che saliva, nuda, a picco tra le nuvole grigie.

Si voltò a guardare la valle, che aveva quasi del tutto perso i suoi colori, il livello del lago era salito ancora nella notte e l’acqua era straripata cancellando le rive e lambendo il villaggio, si era infiltrata nelle stradine e negli scantinati delle case, e ogni tanto portava via qualche pezzo: una scodella, un vaso da notte, una sedia, una tovaglia ricamata.

La pioggia non voleva smettere. Continuava incessante da mesi, lavando via la gioia di vivere e strappando la forza dalle ossa. Quello che sembrava solo brutto tempo stava diventando una sciagura. Non sapevano come fosse successo e neppure da dove venissero quelle nubi temporalesche, forse era solo uno scherzo del destino.

Le fate anziane si erano riunite nella casa grande, avevano organizzato dei rifugi di fortuna per chi si era trovata con la casa allagata, e avevano deciso che l’unica cosa da fare fosse affidarsi all’antica magia. Dopo aver scelto le fate più svelte, le avevano inviate ai quattro picchi a cercare i denti di leone dei desideri. Avevano dovuto attendere molto, perché non era ancora stagione di soffioni, ma ormai la primavera era arrivata, e Ninphea era determinata a trovarli e a salvare la sua casa.

Le era toccato il Picco delle Nuvole, il più alto e il più ripido di tutti, così alto che spariva nel cielo e nessuna aveva mai visto la sua fine. Dicevano che lassù il sole fosse così forte e brillante che avrebbe bruciato le ali delicate e trasparenti delle fate, l’aria così rarefatta che le avrebbe lasciate senza fiato.

Si concesse un istante per riposare. Era intirizzita, il suo respiro si perdeva in nuvolette di condensa, aveva i capelli fradici che le scendevano sulla fronte come nere radici, le ali sgualcite come pergamena stropicciata, se le sentiva scomode e pesanti, le dolevano i muscoli della schiena, erano l’unica cosa del suo corpo a essere in fiamme, mentre le punte delle dita non le sentiva quasi più.

Chiuse gli occhi, i denti sfregarono tra loro per il tremito che non riusciva a contenere, provò a fare un lungo respiro.

Hai braccia forti e gambe robuste, diceva sua madre, le fate non sono fatte solo per volare, diventerai pigra e malaticcia se usi soltanto le ali.

Guardò in alto, seguendo con gli occhi l’andamento della parete di roccia, memorizzando la posizione degli spuntoni che sembravano più confortevoli.

La luce bianca che veniva dal cielo le fece fare un sonoro starnuto. Inspiegabilmente le venne da ridere, da piccole, nel campo dietro alla scuola, facevano sempre a gara a chi tratteneva più starnuti annusando l’infuso di erbe maleodoranti della fata maestra e si dicevano l’un l’altra “non guardare la luce!”, ma il ricordo dei prati verdi e fioriti che ora erano sommersi dalle acque le strinse il cuore fino a farlo diventare un sassolino freddo. Non doveva perdere tempo in sciocchezze.

Si decise e puntò il piede sinistro sulla prima sporgenza, si diede la spinta e slanciò le braccia per afferrare la roccia. Era scivolosa e tagliente. La strinse più forte e iniziò a salire.

Una mano dopo l’altra, un piede e una scivolata, la paura di perdere la presa e l’acqua che sferzava obliqua e le andava negli occhi annebbiandole la vista. Ma più su c’era un piccolo spiazzo, dove avrebbe potuto fare una sosta.

Si issò con un ultimo sforzo e finalmente riuscì a tirare il fiato. Si abbandonò, distesa sulla schiena, occupando quasi tutto il ristretto spazio piano, schiacciandosi le ali che erano rimaste un po’ storte e facevano male, ma aveva il respiro così pesante che non riusciva a muoversi e preferiva sopportare quel piccolo dolore, giusto il tempo di riprendersi, mentre l’acqua le arrivava addosso come aghi che le bussavano sul petto, le entrava dalle labbra non si sa bene se per affogarla o dissetarla, o tutt’e due.

Restò lì per un tempo che non riuscì a quantificare, forse per un istante si era anche assopita, finché qualcosa, come un’ombra, non scivolò sopra di lei.

Ninphea si tirò su con uno scatto, per poco non finì oltre il bordo e dovette aggrapparsi alla roccia con le unghie per non scivolare.

L’ombra davanti a lei si stava sporgendo curiosa. «Che ci fai qui?»

La fata sobbalzò riconoscendo la lingua degli umani.

Era un giovane uomo. Era vestito di pelli e portava un cappuccio da cui spuntavano ricci bagnati e due occhi blu come fiordalisi, come acque profonde. «Sei una fata?»

Ninphea si alzò del tutto e si schiacciò contro la parete fredda e viscida, come a volersi nascondere, ma non aveva vie di fuga: sotto di lei non c’era altro che lo strapiombo che aveva appena scalato, e sopra di lei un’altra salita di cui lui sbarrava il passaggio.

Il giovane uomo si fece più vicino. Ninphea indietreggiò d’istinto, il piede sinistro affondò nel vuoto, perse l’equilibrio, il peso del suo corpo sembrò volerla trascinare giù. Si aggrappò con una mano ma scivolò sulle rocce aguzze, sentì un bruciore acuto lacerarle il palmo e la presa che veniva meno, sbatté le ali più che poteva ma si muovevano lente e intorpidite e già avvertiva la sensazione di cadere.

Una mano forte si strinse attorno al suo braccio.

Per un istante si ritrovò sospesa a mezz’aria, un piede puntato nella roccia, il nulla immobile sotto di lei, l’aria fredda che le mulinava attorno, era come volare.

La mano calda diede uno strattone e la tirò su. Ninphea ritrovò il contatto con il suolo. Ma le gambe le tremavano e scivolò in ginocchio. Rimase lì un po’ con il cuore a martellare nel petto e il respiro pesante e irregolare. E quella pelle straniera a contatto con la sua.

Guardò in su. Occhi d’acqua erano ancora fissi su di lei.

«Stai bene?»

Finalmente Ninphea fece di sì con la testa. Conosceva la lingua degli umani, gliel’aveva insegnata sua madre, che faceva la guardia di frontiera, anche se i suoi unici contatti con loro avvenivano quando gli intrusi varcavano i confini della valle.

Non le piacevano gli umani, erano rozzi e prepotenti, e cercavano sempre di andare dove non era permesso, se non fosse stato per la magia delle fate avrebbero già da tempo conquistato anche quella valle.

Anche se c’erano accordi che duravano dall’inizio dei tempi e che prevedevano che gli umani non calpestassero la terra sacra, molto spesso cacciatori di frodo si avventuravano tra le montagne in cerca di stambecchi e capre selvatiche da macellare.

Non temevano neppure di entrare nella terra dei lupi, da ingordi quali erano, non avevano rispetto per nulla.

Eppure quel giovane umano, anche se l’aveva spaventata, l’aveva appena salvata da una caduta che avrebbe potuto esserle fatale.

La pioggia continuava a scendere impietosa su di loro. Ninphea si guardò la mano e vide gocce rosse che le imbrattavano il palmo.

L’umano si chinò su di lei. «Sei ferita?» e senza attendere risposta si mise a rovistare nella borsa di cuoio che aveva a tracolla, tirò fuori un pezzo di straccio che doveva essere un fazzoletto. Fece per prendere la sua mano ma la fata si ritrasse.

«Tranquilla, non ti faccio niente, voglio solo fasciarti quel brutto taglio.»

Ninphea ristette un attimo, esitante, ma poi si arrese e gli porse il palmo.

Lui la fasciò con cura. «Capisci la mia lingua?»

Ninphea fece segno di sì, muovendo lentamente la testa, senza smettere di fissarlo con gli occhi sbarrati.

«Mi chiamo Jaden» disse lui e poi le sorrise. Fu un sorriso tanto gentile e luminoso da lasciarla disarmata. Non pensava che gli umani potessero sorridere così, li aveva sempre immaginati sporchi e meschini.

La fata si alzò, appoggiandosi alla sua spalla, le gambe ancora un po’ traballanti. Lo fissò muta.

«E tu come ti chiami?» chiese lui, lasciandole finalmente la mano.

«Ninphea.»

Jaden guardò giù con aria pensierosa e poi tornò a rivolgersi a lei. «Cosa ci fai qui? Ti sei persa?»

Lei fece segno di no.

«Dove stai andando?» ora il sorriso sembrava un po’ incrinato, evidentemente quella strana non-conversazione stava diventando motivo di imbarazzo anche per lui.

Ninphea si rese conto che si stava comportando in modo scortese con la persona che l’aveva salvata, e forse valeva la pena rispondere. Puntò l’indice verso l’alto e guardò in su alle nuvole che nascondevano la sommità della salita.

«Anche tu stai scalando la cima? Be’ questo è proprio uno strano incontro» si grattò la testa. «Penso che potremmo fare la strada insieme, che ne dici?»

Ninphea corrugò le sopracciglia, si voltò leggermente, quel tanto che bastava a non perdere di nuovo l’equilibrio, e gli mostrò le ali, agitandole piano e spargendo in giro gocce di pioggia.

«Sei una fata, l’avevo notato, sai?» rise lui. «Non avrai paura di un misero uomo, vero?»

«Tu devi avere paura» rispose Ninphea cadenzando le parole e cercando di correggere il suo accento.

Jaden la fissò perplesso. «Non mi sembri così pericolosa.» Tirò fuori il bastone che aveva legato dietro alla schiena e lo ruotò nell’aria. «Ho guadato un fiume in piena e attraversato il territorio dei lupi per arrivare fino a qui. Non mi farò certo spaventare da un paio di ali.»

Ecco, ora sì che riconosceva la sbruffoneria tipica degli umani. Ninphea piegò la testa da un lato come se volesse osservarlo da un’angolazione diversa, aveva un che di rimprovero nello sguardo. «Sei un cacciatore?»

Stavolta fu lui a scuotere la testa per dire di no.

«Perché sei qui?»

«Devo raggiungere la vetta» rispose soltanto. Rimise a posto il bastone e sorrise di nuovo. «Che dici, riprendiamo la scalata?»

Ninphea scrollò le spalle mentre Jaden si aggrappava alla roccia e ricominciava a salire con una sorprendente rapidità; era evidente che i suoi muscoli erano più forti di quelli di un’esile fata, ma lei non poteva permettersi di essere lasciata indietro. Tornò alla parete per seguire i suoi passi. «Cosa cerchi?» gli chiese col fiato già corto.

«Mi hanno detto che su questo picco crescono i denti di leone» rispose Jaden senza voltarsi, continuando a salire, un passo dopo l’altro, instancabile.

Ninphea diede fondo a tutte le sue energie per stargli dietro. «Perché li cerchi?»

Lui si fermò per un attimo a prendere fiato. «Tu che sei una fata dovresti saperlo» girò la testa leggermente, per guardare giù, verso di lei. «È vero che i soffioni realizzano i desideri?»

Ninphea non rallentò, determinata a raggiungerlo. Arrivò alla sua altezza, gli si fermò quasi accanto. Appoggiò la testa alla roccia, chiuse gli occhi, inspirando profondamente. L’acqua le colava lungo la schiena, sotto gli abiti, infilandosi tra l’attaccatura delle ali, facendola rabbrividire e tremare. «È l’antica magia» bisbigliò. «Niente è più vero di questo.»

Lui le sorrise soddisfatto, poi riprese ad arrampicarsi.

«Aspetta! Cosa… quale è il tuo desiderio?» chiese la fata seguendolo.

Stavolta Jaden non si voltò, né rallentò. «Mia madre è molto malata» disse soltanto, con una nota cupa nella voce.

L’atmosfera si era fatta più nebbiosa, stavano entrando nello strato di nubi, l’aria era più rarefatta e la pioggia si era ridotta a un leggero punteggiare di spilli sul viso. L’umano era sparito dalla sua vista, nascosto dal bianco e dal grigio. Ninphea si trovò disorientata, faticava a vedere la parete di roccia e a seguire una direzione, ma la voce di lui si fece udire dal nulla: «Siamo quasi fuori!»

Ninphea sentì un tuffo al cuore, ritrovò la spinta per salire più su.

Oltre le nubi, il mondo si riaccese di luce e colore.

Il cielo era di un turchese che faceva male agli occhi, il sole splendeva tiepido, l’aria era pulita e asciutta, fu come rinascere a nuova vita.

Ritrovò Jaden e i suoi occhi di fiordaliso, l’umano aveva trovato un appoggio solido e le stava tendendo una mano.

Ninphea la afferrò riconoscente, sbattendo le ali per scrollarsi via le gocce di pioggia e darsi la spinta per l’ultimo salto.

Dall’alto iniziava a scorgersi la vetta.

La fata invece guardò giù, alla cappa grigia che copriva la valle. «La pioggia non smette» disse con tristezza.

«È per questo che sei qui?»

Ninphea fece di sì con la testa.

«Allora ripartiamo» la spronò l’umano e ritrovò la via tra le sporgenze di roccia.

Salirono ancora per un tratto quando Jaden sibilò: «Dannazione!»

«Cosa?» la fata non conosceva quella parola.

«Il nido di un grifone» indicò l’umano. «E non abbiamo abbastanza appigli per cambiare strada.»

«Non lo vedo.»

«Ora è vuoto, ma la madre potrebbe essere da queste parti. Dobbiamo muoverci in fretta.» Jaden accelerò leggermente il passo, Ninphea poteva sentire il suo respiro farsi più pesante. Sbatté le ali per aiutarsi nella salita; pian piano si stavano asciugando e le sentiva riprendere forza.

Uno stridio squarciò il cielo. Da lontano, un’ombra scura stava planando verso di loro, sembrava un segno di pennello su di una tela azzurra.

«Non ti muovere» bisbigliò Jaden. «Forse non ci ha visti.»

Ninphea si schiacciò alla parete, seguendo il volo irregolare dell’uccello con la coda dell’occhio. Era sempre più vicino, già poteva scorgere la testa bianca e spelacchiata, il suo strano grido che alternava grugniti e fischi, nitido nel cielo vuoto, si insinuava sotto pelle facendola rabbrividire.

Li aveva visti eccome, e aveva tutta l’intenzione di difendere il suo territorio.

«Riprendi a salire, svelto!» disse all’umano.

Jaden non se lo fece ripetere, ma il grifone ormai l’aveva puntato. Scese in picchiata su di lui. Era grosso, l’apertura alare misurava quasi una fata e mezza. L’avrebbe ferito, forse fatto cadere, Ninphea sentì che doveva fare qualcosa.

Si staccò dalla parete, lasciandosi andare nel vuoto.

Mentre cadeva all’indietro vide Jaden che alzava il braccio sinistro per proteggersi dal becco del rapace.

Chiuse gli occhi e si concentrò sul volo. Sbatté le ali, sempre più forte, sforzando i muscoli della schiena fino all’estremo. Il corpo in fiamme. Andava giù di testa in avvitamento, tagliando le correnti, in attesa di quella giusta, che l’avrebbe riportata su.

Arrivò quasi a sfiorare le nuvole. Aprì le braccia e le accarezzò con le dita, impalpabili come soffioni, ma finalmente sentiva l’attrito che la frenava. Sbatté più forte, si diede lo slancio con gambe e braccia come una rana che emerge dallo stagno e riprese a salire, sempre più in alto, sempre più libera nell’azzurro immenso.

Jaden era riuscito a spingere indietro il grifone, ma aveva perso l’equilibrio e metà del suo corpo era proiettato sul vuoto. Il rapace stava facendo il giro per tornare all’attacco.

Ninphea spinse di più, acquistando velocità, per poi fermarsi a mezz’aria, proprio davanti all’umano. Chiuse gli occhi, si concentrò, respirando profondamente, lasciando parlare la sua voce interiore.

Le fate avevano un dono, quello di comunicare con il cuore di ogni essere vivente, ma solo chi era solitario e selvaggio era in grado di sentirle, solo chi era puro e non contaminato da inutili pensieri, solo chi era libero.

Tese le mani in avanti, i palmi rivolti verso l’alto.

«Che fai? Vai via!» le gridò Jaden, ma lei non lo ascoltò, non era lì in quel momento, ma nel suo cuore. Sentiva i battiti rapidi, la sua paura, la sua pena. L’avrebbe protetto, perché era questo lo scopo di ogni fata: difendere la vita.

Irradiò il suo messaggio, che si propagò come un vento caldo.

Il grifone, che stava tornando in picchiata, le arrivò vicinissimo, ma poi virò bruscamente, sfiorandole appena la fronte con una delle sue ali. Poi volò via e raggiunse il suo nido abbarbicato tra le rocce aguzze. Rimase lì accovacciato, a osservarli con il collo storto e gli occhi neri e curiosi che ora non li vedevano più come una minaccia, ma come una parte del tutto, come un frammento di un mondo interconnesso.

Ninphea si voltò verso Jaden, stavolta fu lei a sorridergli e porgergli la mano, lo aiutò a ritrovare l’equilibrio. «Andiamo. Manca poco.»

Gli volò accanto, mentre finivano la scalata.

La sommità del picco delle nuvole era un ritaglio di prato verde come un tappeto di velluto. Ninphea si posò delicatamente e tese ancora la mano a Jaden per aiutarlo a tirarsi su.

L’umano si coricò sul prato, esausto, il petto che si alzava e si abbassava via via più lentamente finché il respiro non gli tornò regolare. «Ce l’abbiamo fatta» disse, guardando il cielo blu come i suoi occhi.

Si tirò su e tolse il cappuccio, mostrando ricci scompigliati e color del grano. Guardò quel piccolo fazzoletto di terra in mezzo al cielo. «Dove sono i soffioni?»

Ninphea indicò un punto alle sue spalle: un’unica piantina che spuntava da un ciuffetto di foglie verde scuro, una pallina bianca che oscillava appena alla brezza d’alta quota.

«Ce n’è solo uno?»

«Prendilo» gli disse la fata.

Jaden si alzò in piedi, ma si voltò verso il precipizio. Guardò giù allo strato compatto di nubi grigie che copriva tutta la valle delle fate. «Non mi hai ancora detto qual è il tuo desiderio.»

Ninphea gli si avvicinò, contemplando la vista insieme a lui. «Piove da molti mesi. Le acque hanno invaso la valle, presto non avremo più un posto dove vivere. Sono stata mandata per far tornare il sereno.»

«Allora prendilo tu» le disse Jaden.

La fata lo guardò sorpresa.

«Mi hai salvato dal grifone e ciò mi rende tuo debitore. Troverò un altro modo per aiutare mia madre, è più importante che tu protegga la tua gente.»

Ninphea si voltò e percorse i pochi passi che la separavano dal soffione. Si chinò e afferrò lo stelo con due dita. Lo strappò delicatamente.

Il fiore produsse un piccolo lampo di luce gialla, che solo lei poté vedere, l’alone dell’antica magia che dimorava nella linfa delle piante, quella che curava le ferite e guariva le malattie, quella che solo le creature magiche sapevano come utilizzare fino in fondo.

Tornò dov’era Jaden e gli porse il fiore. «Anche tu mi hai salvato, non c’è alcun debito tra di noi. Ci sono altre fate, che sono partite come me per scalare i picchi. Sono sicura che loro avranno trovato altri soffioni.»

Jaden si voltò e si rimise il cappuccio, stava andando via.

«Aspetta!» Ninphea lo afferrò per una manica. «Ti prego, prendilo tu.»

Lui la guardò pensieroso. «Sei sicura?»

La fata annuì, muovendo le ali come per accompagnare la sua risolutezza.

Jaden le concesse ancora un sorriso. «Va bene.» Prese con cautela lo stelo e si fermò con il fiore davanti al viso, la fata dall’altra parte. I suoi occhi d’acqua la fissarono tranquilli, come se stesse riflettendo.

Per un attimo Ninphea sentì il battito del suo cuore, cercò di leggere in quel blu profondo, ma prima che potesse afferrare i suoi pensieri, Jaden chiuse gli occhi. Rimase così pochi istanti, muovendo appena le labbra per pronunciare il suo desiderio silenzioso.

Riaprì gli occhi e soffiò.

I ciuffi leggeri si dispersero nell’aria attorno a loro, il soffio dell’umano si interruppe solo quando anche l’ultimo seme si fu staccato, lasciando uno stelo nudo e solitario.

«Dici che si avvererà?» le chiese Jaden.

«L’antica magia non tradisce mai chi chiede con cuore sincero.»

Lui si avvicinò al bordo e gettò di sotto ciò che restava del dente di leone; lo osservarono scomparire tra le nuvole. Quindi si sedette, con i piedi a dondolare nel vuoto.

«Cosa fai?» domandò Ninphea.

«Aspetto che smetta di piovere.»

«Ma…»

«Non avevi detto che le tue amiche fate sono andate a cercare altri soffioni?»

Ninphea annuì e si sedette accanto a lui.

«Sono sicuro che andrà tutto bene.»

La fata sentì una goccia solcarle la guancia. Guardò in alto ma il cielo sopra di loro era completamente terso, erano i suoi occhi a essere bagnati. Si asciugò la lacrima con il dorso della mano. «Grazie» disse.

«E di cosa?» chiese lui con il suo solito sorriso.

Ninphea allungò la sua mano bianca ed esile e la infilò dolcemente in quella ruvida e calda di lui. «Di aspettare insieme a me.»

Il Ritorno del Fiore Eterno

Sono passati dieci anni esatti dal mio esordio. Era il 2007 quando con una piccola casa editrice (che poi è sparita come molte delle CE che ho frequentato negli anni) usciva il mio primo romanzo Fantasy, i Custodi della Luce.

Da quel romanzo è poi nata una trilogia che ha avuto vicende alterne, delle volte assurde, erano i tempi prima che Amazon diventasse il porto franco per i self publisher. Ho cambiato tre editori, sono passata al self, l’ho editata e rieditata decine di volte, ma non sono mai veramente riuscita a pubblicare la trilogia completa in modo “ufficiale”.

Per un periodo l’avevo messa da parte, un po’ mi vergognavo, un po’ per colpa di un certo ambiente negativo che si era creato attorno al fantasy, un po’ per le mie mille insicurezze, un po’ per le delusioni prese appunto dai vari editori. Poi sono successe altre cose, nella mia vita personale, nella mia vita virtuale, ho cambiato mille nomi e mille account, ho tagliato i ponti con alcune persone, mi sono teneuta stretta pochi amici, ecc. ecc.

Ora, proprio in concomitanza con questo decimo anniversario, ho deciso che questa storia deve tornare alla luce, uscire dal buio in cui se ne stava nascosta. Il tema della Luce e del Buio è proprio centrale in questo mondo immaginario che racchiude un po’ tutto quello che era ed è il mio mondo interiore. Pieno di belle speranze ma anche tante ombre.

Quindi lo ripropongo in un’edizione completa che comprende tutti e tre i volumi in un unico ebook, e finalmente posso chiudere il cerchio.

E lo dedico alla mia mamma, che è una guerriera, che ha appena vinto una delle sue più difficili battaglie. Lo sapevo che ce l’avresti fatta, figlia del pianeta Krypton.

Uso lo pseudonimo di Dominique questa volta, perché sembra che mi sia diventato comodo questo nuovo abito, e spero mi porti fortuna come ne sta portando alla mia Sposa Armena.

Ecco una breve descrizione della storia, anche se la storia vera è tutta da scoprire, pagina dopo pagina. E sono tante, più di 900, quindi armatevi di pazienza!

Il destino è già scritto o è una realtà mutevole?
C’è una sola persona in tutto il Mondo di Luce che conosce la risposta a questa domanda, che conosce ogni cosa passata e futura, ma è rinchiusa in una stanza sotterranea a cui solo il suo aguzzino ha accesso.
Questo significa che i predestinati, venuti da ogni angolo dell’Impero, sono soli e circondati da persone infide, che faranno di tutto per impadronirsi dei poteri che spettano loro di diritto.
Tra viaggi avventurosi, battaglie, specchi magici, prove da superare e demoni da combattere, tutti attendono una cosa soltanto: il ritorno dei Custodi della Luce.

Comprende i tre volumi:

– Custodi della Luce
– Custodi delle Tenebre
– Custodi dei Due Mondi

Disponibile su Amazon e Kindle Unlimited.

La Sposa Armena

C’era una volta, dieci anni fa, una storia diversa.
C’era una volta, tempo fa, un’autrice diversa.
Ho usato molti nomi in questi anni, sto ancora cercando di capire chi sono, ma in questo momento sto provando a fare un po’ di ordine. Ho cancellato cose e ne ho salvate altre.
A questa storia sono particolarmente affezionata e ho pensato che forse poteva adattarsi allo pseudonimo di Dominique, perciò la ripresento in una nuova edizione, con un nuovo titolo, una nuova copertina e qualche lieve modifica.
Cambiano i tempi e i luoghi, ma il cuore rimane sempre lo stesso.

Trama:

Thema di Taron, Impero Romano d’Oriente, anno 1.022 d.C.

Il dynatoi di Baghesh è morto, lasciando vedova la giovane Irene, discendente di una nobile famiglia armena.
Per sottrarsi alle brame di potere del cognato, Irene fugge dal castello con la sua serva prediletta e decide di assoldare un mercenario che le protegga in un viaggio lungo e pieno di pericoli.
È così che incontra Aris, detto il Senza Nome, uno spietato guerriero il cui passato si intreccia a doppio filo con la dinastia di Irene.
I due sono troppo diversi per andare d’accordo, eppure gli eventi li costringeranno a combattere fianco a fianco e a trovare forza l’uno nell’altra, affrontando un fato che sembra volerli separare per sempre.

Disponibile su Amazon e Kindle Unlimited.

 

Una Nuova Edizione Estesa

menhir-db-300Dopo più di un anno, ormai ho perso il conto, ho deciso di ridare a Menhir un po’ del suo splendore originale.

All’inizio avevo scritto una storia più lunga, ma poi per esigenze di spazio e di traduzione ho tagliato molte parti per farne una novella, ma alla fine mi sono resa conto che era tutto troppo veloce e serrato, quindi ho deciso di riprendere la prima stesura, dargli una spolveratina e riproporla in esclusiva per l’edizione Italiana.

La trovate solo su Amazon, in esclusiva per Kindle Unlimited.

 

New Cover Art

menhir2-ita-300I updated all the versions of the novella fixing some typos and with a new cover that better represents the spirit of the story – and a scene from the past… hope you like it!

Everything will be updated in a few days and check out the stores, because I’ll run another free promotion soon 🙂

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Ho aggiornato tutte le versioni della novella sistemando alcuni refusi e aggiungendo una nuova copertina che meglio rappresenta lo spirito della storia – e una scena dal passato… spero vi piaccia!

Tutto sarà online aggiornato nel giro di qualche giorno, e tenete d’occhio gli store perché farò una promozione gratuita molto presto 🙂

Due parole sul testo: Menhir tra leggenda e fantasia

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Menhir du Champ Dolent” di © Guillaume Piolle / . Con licenza CC BY 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Scrivere a volte è un po’ mentire.

Raccontiamo cose mai successe di un mondo che non esiste, o anche quando è il mondo reale, non lo è mai fino in fondo. La narrativa ci richiede di inventare, piegare le regole al servizio dell’emozione.

Scrivere Menhir è stato un po’ questo, raccontare un’innocente bugia su una storia che non c’è.

Tutto è iniziato quando mi sono imbattuta in un articolo che parlava del Menhir du Champ Dolent, che esiste davvero in un paesino chiamato Dol de Bretagne, nel nord della Francia. Mi ha molto colpito la leggenda, quella citata all’inizio del testo:

“Ogni volta che qualcuno muore, il Menhir sprofonda un po’, e quando si sarà infossato del tutto, verrà la fine del mondo.”

E da lì la mia mente ha iniziato a vagare ed è nata Bev, la guardiana immortale.

Ci sono vari elementi della tradizione celtica che ho utilizzato come base per la storia, la figura di Lugh è piuttosto famosa, così come la leggenda di Balor dall’occhio malvagio, dei Fomori e dei Tuatha Dé Danann. Le battaglie di Mag Tuired sono citate spesso nelle saghe irlandesi ed è abbastanza noto che i celti abbiano origini continentali, seppure non si sappia con certezza chi ha eretto i Menhir, i Dolmen e le altri grandi pietre risalenti al neolitico e attribuite alla cosiddetta “cultura megalitica”, ed è qui che la storia e la leggenda si mescolano con la fantasia, con le mie piccole bugie.

La storia della nascita di Lugh è stata un po’ modificata secondo le mie esigenze: per far emergere il tema dei fratelli in lotta, ho dovuto dare a Lugh un gemello, chiamato Dot, come il padre di Balor che in realtà nel mito non è mai esistito così come non è attestato da nessuna parte che Lugh abbia vissuto in Bretagna, seppure il suo culto sia molto diffuso sul continente, tra Francia, Spagna e Italia, di cui restano i segni nei nomi di alcuni luoghi (da Lione a Lugo).

Allo stesso modo non esistono due divinità di nome Heol e Loar, che sono due parole della lingua bretone che indicano Sole e Luna, anche se il rapporto tra il sole e la luna è affrontato in molti miti di diversi popoli.

La parte riguardante l’occhio invece si ispira appunto all’occhio “malvagio” di Balor che si disse fosse in grado di grande magia e distruzione e che quando il vecchio gigante cadde, sconfitto da Lugh, il suo occhio creò una voragine nel terreno, che poi si riempì d’acqua dando origine a un lago. Anche Lugh si chiudeva un occhio per esercitare la magia, eredità del nonno Fomoriano.

Allo stesso modo tutto il resto della storia, da Bev alla conclusione, non è altro che frutto dell’immaginazione, come vuole ogni storia fantasy, ma anche ogni storia di pura “fiction”.

Quindi non prendete per vere le mie parole, non è un manuale di storia, è solo una storia e nient’altro, che spero comunque vi possa intrattenere per qualche ora, quando sentirete il bisogno di evadere un po’ dalla realtà.

Menhir in Spagnolo

Grazie al sito Babelcube, ho avuto la possibilità di trovare una brava traduttrice che si è offerta di tradurre Menhir in lingua spagnola.

Il testo sarà probabilmente disponibile nella prima metà dell’anno prossimo.

Sono davvero molto entusiasta di superare i confini nazionali con la mia storia.

Incrociamo le dita!

Dominique

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[Español]

Gracias al sitio Babelcube, tuve la oportunidad de encontrar una buena traductora que ha ofrecido a traducir Menhir en español.

El texto probablemente estará disponible en el primer semestre del próximo año.

Estoy realmente muy emocionada de superar las fronteras nacionales con mi historia.

Crucemos los dedos!

Dominique

Menhir

Menhir

“Un’antica leggenda bretone dice che ogni volta che qualcuno muore, il Menhir sprofonda un po’, e quando si sarà infossato del tutto, verrà la fine del mondo.”

Jean è fuggito dall’Italia, in mano ha una vecchia cartolina che raffigura il Menhir du Champ Dolent.
Arrivato in Bretagna per rifarsi una vita, si ritroverà nel bel mezzo di uno scontro che dura dall’alba dei tempi.

Un circolo di druidesse che fa la guardia all’antica pietra e una misteriosa donna che porta il peso di un ingrato destino.

Una storia che nasce dalla culla della cultura megalitica, passando per la tradizione celtica, fino alla Francia dei giorni nostri.

Disponibile su Amazon.