Due parole sul testo: Menhir tra leggenda e fantasia

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Menhir du Champ Dolent” di © Guillaume Piolle / . Con licenza CC BY 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Scrivere a volte è un po’ mentire.

Raccontiamo cose mai successe di un mondo che non esiste, o anche quando è il mondo reale, non lo è mai fino in fondo. La narrativa ci richiede di inventare, piegare le regole al servizio dell’emozione.

Scrivere Menhir è stato un po’ questo, raccontare un’innocente bugia su una storia che non c’è.

Tutto è iniziato quando mi sono imbattuta in un articolo che parlava del Menhir du Champ Dolent, che esiste davvero in un paesino chiamato Dol de Bretagne, nel nord della Francia. Mi ha molto colpito la leggenda, quella citata all’inizio del testo:

“Ogni volta che qualcuno muore, il Menhir sprofonda un po’, e quando si sarà infossato del tutto, verrà la fine del mondo.”

E da lì la mia mente ha iniziato a vagare ed è nata Bev, la guardiana immortale.

Ci sono vari elementi della tradizione celtica che ho utilizzato come base per la storia, la figura di Lugh è piuttosto famosa, così come la leggenda di Balor dall’occhio malvagio, dei Fomori e dei Tuatha Dé Danann. Le battaglie di Mag Tuired sono citate spesso nelle saghe irlandesi ed è abbastanza noto che i celti abbiano origini continentali, seppure non si sappia con certezza chi ha eretto i Menhir, i Dolmen e le altri grandi pietre risalenti al neolitico e attribuite alla cosiddetta “cultura megalitica”, ed è qui che la storia e la leggenda si mescolano con la fantasia, con le mie piccole bugie.

La storia della nascita di Lugh è stata un po’ modificata secondo le mie esigenze: per far emergere il tema dei fratelli in lotta, ho dovuto dare a Lugh un gemello, chiamato Dot, come il padre di Balor che in realtà nel mito non è mai esistito così come non è attestato da nessuna parte che Lugh abbia vissuto in Bretagna, seppure il suo culto sia molto diffuso sul continente, tra Francia, Spagna e Italia, di cui restano i segni nei nomi di alcuni luoghi (da Lione a Lugo).

Allo stesso modo non esistono due divinità di nome Heol e Loar, che sono due parole della lingua bretone che indicano Sole e Luna, anche se il rapporto tra il sole e la luna è affrontato in molti miti di diversi popoli.

La parte riguardante l’occhio invece si ispira appunto all’occhio “malvagio” di Balor che si disse fosse in grado di grande magia e distruzione e che quando il vecchio gigante cadde, sconfitto da Lugh, il suo occhio creò una voragine nel terreno, che poi si riempì d’acqua dando origine a un lago. Anche Lugh si chiudeva un occhio per esercitare la magia, eredità del nonno Fomoriano.

Allo stesso modo tutto il resto della storia, da Bev alla conclusione, non è altro che frutto dell’immaginazione, come vuole ogni storia fantasy, ma anche ogni storia di pura “fiction”.

Quindi non prendete per vere le mie parole, non è un manuale di storia, è solo una storia e nient’altro, che spero comunque vi possa intrattenere per qualche ora, quando sentirete il bisogno di evadere un po’ dalla realtà.

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